UNA STREGA…. UN PROCESSO
Maria viveva al limitare del bosco.
Alla gente del paese, era sempre apparsa come una ragazza strana.
Rimasta orfana a dieci anni, dopo la peste che le aveva ucciso i genitori ed i suoi amati fratelli, viveva isolata, coltivando il suo orto e allevando conigli e galline.
La gente del paese aveva trovato strano che lei fosse sopravvissuta.
Come se il solo fatto che lei fosse sopravissuta ad una simile epidemia fosse stato un delitto, o una condizione non normale.
Ora aveva diciotto anni era nel fiore della sua bellezza, capelli neri e corvini le incorniciavano un bel visetto su cui brillavano due grandi occhi verdi.
La sua era una vita semplice scandita dall’alternarsi delle stagioni, e del sole che la mattina al suo sorgere la trovava intenta nei suoi mestieri.
E la sera al tramonto la trovava in ginocchio, in preghiera, vicino al misero pagliericcio che le fungeva da letto.
A lei andava bene così, non aveva altre esigenze che lavorare il suo piccolo orto, nel quale coltivava erbe officinali, come a suo tempo le aveva insegnato la nonna, per poi preparare dei decotti ed unguenti.
Questa sua dote, nonostante la diffidenza della gente del paese, era una risorsa per la salute e la risoluzione dei malanni, tutti si rivolgevano a lei, per il sollievo dopo una puntura d’insetto oppure per una febbre o un mal di capo persistente.
A tutti i problemi che le venivano posti trovava rimedio.
La fanciulla aveva un unico amico, un gatto nero che lei aveva trovato in mezzo al fiume mezzo morto dal freddo e così piccolo che aveva dovuto faticare non poco per ricondurlo alla vita.
Questo micetto la seguiva ovunque per riconoscenza, e forse perché le loro simili solitudini li avevano uniti.
Anche quando andava al paese per acquistare quei pochi prodotti che non poteva produrre per la propria sopravvivenza, il gattino la seguiva mansueto.
Naturalmente, tutto ciò, appariva strano.
Non aveva un ragazzo che da amare, ricambiata.
In compenso tutti gli uomini del paese avevano bussato alla sua porta per ottenerne poi un netto rifiuto.
Le donne del paese la odiavano, pensando che i loro uomini fossero preda di qualche maleficio che li portava sempre a quella casa al limitare del bosco.
Un giorno, arrivarono alla canonica del paese dei frati vestiti di nero, seguiti da una cinquantina di armigeri.
I frati pallidi, dalle facce ascetiche e gli occhi spiritati, si mescolarono tra la gente del paese ed uno che sembrava il capo cominciò un discorso, che tutti i timorati di Dio presero molto sul serio.
Egli cominciò, con voce stentorea, che quasi pareva non gli appartenesse:
“L’amore per il Cristo, che io vi porto e Dio mi è testimone, Egli vuole che le male erbe vengano estirpate, vengano eliminati coloro che bestemmiano che sono blasfemi e hanno fatto un patto con Lucifero! Ricordate la fine del mondo è vicina!!!! Voi non sapete il momento in cui il mondo finirà, dovete essere preparati alla morte, solo la morte purifica la vita! Ascoltate, ascoltate io vi porto la fede e con essa la pace! Ascoltatemi vi porterò a riconoscerla in voi stessi!!!
Pentitevi del male che avete fatto! La fine è vicina, il Signore con i suoi quattro cavalieri scenderà e spargerà su questa terra le fiamme che distrussero Sodoma e Gomorra!
Pentitevi dei vostri peccati, la fine è vicina!!
Il messaggio che io vi porto e il messaggio stesso di Dio, pentitevi!!!
Laciate che io strappi la gramigna dal vostro campo!!!
Pentitevi, e solo allora potrete andare in paradiso, la fine si avvicina, preparatevi a morire!!!”
La gente del paese ascoltava in silenzio, con il cuore terrorizzato da queste parole.
Il frate continuo, alzando ove fosse possibile, la sua voce: “Carissimi fedeli, non dovrete più pensare a Satana e alle sue opere, non dovrete più farvi affascinare dalla donna, lei è figlia di Satana e vi tenta, come Eva tentò Adamo, rinunciate alla lussuria!!!!
Voi donne figlie del peccato, il vostro compito è solo quello di mettere al mondo i figli dell’uomo, donne pentitevi, forse avrete il perdono di Dio, per i vostri orribili peccati, che distraggono l’uomo dalla purezza della fede!!!!
Non cedete a sette vizi capitali, altrimenti le fiamme dell’inferno vi inghiottiranno senza pietà!!!
Ora ci siamo noi, forieri della fede, mandati dal Papa unico rappresentante di Dio sulla terra!!!
Noi ora vi purificheremo, e getteremo nel fuoco chiunque sia ragione di scandalo!
Il Papa ci ha dato l’incarico di eliminare i figli del demonio, che vivono tra voi, e che senza che ve ne accorgiate vi faranno perdere l’anima benedetta da Dio.
Pentitevi e pregate, dal vostro pentimento ne avrete premio, sì il PREMIO DELLA VITA ETERNA!!!
In quel momento il frate sembro aver perso tutta la voce con quell’ultimo grido.
Si riprese e continuo: “Noi siamo qui per voi, se vorrete confessare i vostri peccati, fatelo… altrimenti brucerete nelle fiamme dell’inferno….”
Qui si interruppe, e guardò con occhi di brace la gente che era attorno a lui, molti arretrano di qualche passo, avevano più timore di lui che delle fiamme dell’inferno.
Poi disse un qualcosa, che lasciò quella povera gente senza parole:”Noi abbiamo portato presso di voi il tribunale della Santa Inquisizione, ci è giunta voce che in questo luogo avvengono pratiche demoniache….”
La gente del paese si guardava in viso e non capivano a cosa si riferisse il monaco, va bene non erano santi, ma da qui ai patti col demonio!
“Ci è giunta voce – proseguì il monaco – che qui vive una strega!
Sappiamo anche che un demone succube la segue ovunque ella vada!
Ma cosa intendeva il monaco? Quella brava gente non capiva a chi si riferisse, poi pensarono a Maria, si era strana, ma da qui a dire che era una strega ce ne correva!
Cosa aveva fatto irrompere nella loro tranquilla vita, quelle sante persone? Che poi i paesani non è che si trovassero poi così buoni, la loro vita era semplice e le poche soddisfazioni che avevano erano quei pochi momenti in cui si riunivano a giocare a carte e bere un bicchiere di vino e alla sera stare al caldo vicino alle loro donne.
Il frate fece un gesto rapido di benedizione, e sparì dalla loro vista seguito dagli altri frati e dagli armigeri.
La gente del paese si sparpagliò per tornare alle proprie mansioni, e con in testa tanti dubbi e paure, avevano sentito di altri paesi vicini che erano stati visitati dalla Santa inquisizione, e le cose non erano andate proprio bene, anzi persone che non avevano mai dato fastidio a nessuno erano state bruciate vive, magari solo perché erano un pochino strane, ma venivano fatte passare per possedute dal demonio.
Intanto, nel palazzo comunale, nel grande salone per le riunioni del Consiglio erano seduti il Podestà e i sette frati della Santa inquisizione, davanti ad un sontuoso pasto che i frati avevano appena toccato, mettendo così in imbarazzo il Podestà il quale non sapeva cosa dire a quegli austeri uomini di fede. Alla fine l’abate che aveva parlato in piazza, si rivolse al Podestà, il quale aveva una muta domanda che non osava fare, e gli disse: “Noi siamo qui perché siamo stati informati che nella vostra città vive una strega, e dobbiamo sincerarcene.” Il podestà rimase senza parole, non riusciva a capire, poi gli venne in mente la giovane Maria, l’unica che era diversa dagli altri, anche lui ci aveva fatto un pensierino, facendo andare su tutte le furie la sua Signora moglie…… Possibile si chiese che… i suoi pensieri furono interrotti dall’Abate che gli ricordò: ”Voi non avete nulla da temere appena ce ne saremo sincerati andremo via, il nostro compito è di proteggere
Il Podestà non fu per nulla rassicurato da tali parole, era un uomo colto ed intelligente, sapeva a cosa potevano arrivare le chiacchiere unite alla grande fede e dogmaticità di quel gruppo di inquisitori, ma ormai a lui non restava altro che imitare Pilato, nel momento in cui si lavava le mani…
Intanto i Familiari, che facevano parte del corteo degli inquisitori, si erano messi a familiarizzare con gli abitanti del paese, apprezzavano il loro vino, le stoffe dei mercanti e le calzature degli artigiani, e superandone la diffidenza ponevano domande a hoc, approfittando magari di qualche astio che percepivano, su quello o un tal altro.
Il loro lavoro durò poco, quando nel paese sopraggiunse Maria con a seguito il suo amato gatto.
Rimasero folgorati da tanta bellezza, in quei poveri abiti, ma quello che a loro non sfuggì fu il gatto nero!
Cominciarono a parlare con le donne, chiedendo loro di quella fanciulla.
Apriti cielo! Fu lì che tutta loro invidia scaturì come un fiume in piena, non si fermavano più parlavano a lingua sciolta, di come i loro mariti erano in pericolo per la lussuria di quella donna, di come l’avessero vista di notte a cavallo di una scopa, e poi inventa tu che invento io, ci fu anche chi l’aveva vista di notte a ballare sotto la luna nei boschi, chi l’aveva vista attorno al fuoco con altre donne nude come lei, e chi ancora che l’aveva vista, segnandosi subito, mentre lo diceva, accoppiarsi con il demonio. E chi diceva che addirittura aveva sterminato la sua famiglia!
In quel momento i Familiari, con sorrisi e strette di mano e qualche acquisto a seguito, fecero ritorno all’accampamento dell’Abate, dove gli riferirono tutto ciò che avevano appreso.
Il giorno dopo una corte, con i sette abati in testa, si mosse per andare a cercare la fanciulla, arrivarono al limitare del bosco, e la videro intenta a raccogliere delle erbe con il suo fido gatto accanto che la osservava, come fanno sempre i gatti nei confronti di chi lavora, e ogni tanto sotto il sole si stiracchiava.
Questa scena fece rimescolare di rabbia l’Abate, che urlò, con tutto il fiato che aveva in gola: ”Tu figlia del demonio, quale erba venefica e diabolica stai coltivando nel tuo orto? Quel tuo animale figlio della notte nera, ti osserva con piacere! Stai facendo pratiche nei confronti di Lucifero?”
La fanciulla si voltò, i suoi occhi verdi sotto il sole parevano tralucere con i toni di smeraldo…L’Abate, disse subito: ”Ecco la prova, ha gli occhi di Satana che mandano bagliori dall’inferno che è dentro la sua anima, prendetela!!!!!”
Maria rimase impietrita, dai suoi occhi sgorgarono due lacrimoni, che in altre circostanze avrebbero fatto sì che qualcuno, impietosito, gliele asciugasse.
Ma nessuna pena, da parte di quegli uomini rudi e convinti del loro operato, la presero per le braccia che incatenarono solerti, e presero anche il gatto, che miagolava impaurito. Il cielo in quel momento si oscurò, una scura nube si piazzò davanti al sole, sembrava come il cielo volesse intervenire per impedire che l’innocenza venisse punita.
Ma l’abate, subito disse: “Vedete il demonio oscura il sole per venirla a prendere, ma non la salverà lui! La salveremo noi con il fuoco purificatore!”
Maria nel sentire questo, svenne.
La caricarono senza tanti complimenti su di un carro.
La sinistra corte entrò nel paese, i villani si fecero ad ala per lasciarli passare con il loro tristo carico, parlottavano tra loro ai loro occhi si presentava questa fila di uomini maestosi, e sul carro c’era una figurina esile senza sensi.
La pietà si insinuò nei loro cuori, e alcuni di loro si domandavano del perché, ma una sola, la moglie del Podestà aveva sul viso una leggera aria di trionfo, finalmente si sentiva liberata di quella strega!
La portarono nelle segrete del palazzo comunale, e li cominciarono a prepararsi al loro tristo mestiere.
Incatenarono Maria ad una colonna, dopo averle denudate le spalle ed averle agganciato i polsi incatenati sopra la testa, le buttarono in faccia un secchio di acqua lurida, affinché si svegliasse.
Lei aperse gli occhi, voltò la testa da quella sua incomoda posizione, vide i sette abati che la attorniavano, un grande uomo con un cappuccio sulla testa accanto ad un braciere che lanciava lampi di fuoco, illuminando l’ambiente di una luce rossastra.
Girò il capo dall’altra parte e vide il suo gattino, incaprettato, che miagolava debolmente, che cosa accadeva? Di quale colpa si era macchiata senza saperlo?
Si mise a pregare, mentre silenziose le lacrime scendevano da quel visino di ragazzina.
L’Abate maggiore le si avvicinò, prendendole una ciocca di capelli per farle girare il viso verso di lui, lei fu colpita da una fiatata maleodorante, quando lui si avvicinò, voltò il viso, ma lui le strattono i capelli per guardarla negli occhi.
“Ora che dici, piccola strega, ora che Dio è venuto a punirti?
Lei non capiva, in un sussurro disse: ”Tu non sei Dio, questo posto mi sembra l’inferno… tu sei il diavolo….”
Partì uno schiaffone: ”Taci blasfema! Io rappresento Dio, sono stato mandato dal rappresentante di Pietro da Roma! Taci….”
Con un cenno al boia, questi si avvicinò all’Abate maggiore il quale gli disse: ”Comincia pure il tuo lavoro, confesserà, falle capire che il potere divino è più forte di quello del Demonio”
Maria, ascoltò in silenzio, poi disse: ”Cosa dovrei confessare, di essere una povera orfana, di essermi dovuta sostenere con il mio lavoro, e di aver sempre confidato in Dio quando ero sola ed avevo paura?”
“Taci donna! Dio ti punirà per invocare il suo nome invano!”
Carnefice frustala! Venticinque frustate, vedrai che si confiderà con me e mi dirà tutto!”
L’uomo con il cappuccio nero si avvicinò a Maria, il suo cuore piangeva per quello che doveva farle, ma aveva troppa paura dell’Abate per tirarsi indietro, inoltre era ben pagato e poteva mantenere agevolmente i suoi dieci figli, quindi si fece coraggio.
Cominciò a frustarla, cercava, per quanto possibile, di non darle dei colpi toppo duri.
Ma la pelle di Maria era delicata, e ogni volta che calava la frusta, era un segno rosso che rimaneva su quella candida pelle.
L’abate, guardava soddisfatto, contava le frustate e al venticinquesimo colpo, urlò: ”BASTA”.
Si avvicinò, a testa bassa, come se meditasse, a Maria.
Poi le disse: ”Se confessi ora non ti farò più fare del male, avrai salva la vita!”
“Cosa devo confessare? – chiese Maria – cosa volete che vi confessi? Non so neanche perché sono qui?”
“Lo sai benissimo figlia di satana – disse l’abate – lo sai benissimo, sei stata denunciata, hai concupito e sedotto gli uomini del paese, trascinandoli nel tuo stesso fango!”
“Io…. Noo! – urlò Maria – non ho mai conosciuto uomo!
“Vedremo adesso, se non dirai la verità – l’abate fece un altro cenno al carnefice – ora vedrai e sentirai le pene della carne, e ti convincerai che soltanto dicendo la verità, potrai salvarti!”
Come da copione, il carnefice prese una barra di ferro incandescente e l’avvicinò al viso di Maria, che per quel che poteva si ritrasse da quel calore infernale.
L’abate, disse al carnefice: ”Sulle spalle, sulle spalle …….”
E il carnefice appoggiò il ferro sulla spalla destra di Maria, la quale urlò e svenne, abbandonandosi contro la colonna, con le mani fermate sui ceppi, che già ai polsi cominciavano a sanguinare.
L’abate si spazientì, non sopportava la scarsa collaborazione dei suoi imputati, lei doveva cooperare, doveva dire chi, con lei aveva tramato, avrebbe così ottenuto la stima del suo Vescovo e forse anche del Papa, e forse l’avrebbero inviato in Spagna, dove si diceva che era pieno di eretici, e lì avrebbe potuto fare valere il suo valore, ahaa poter diventare pupillo di Tomás de Torquemada, si sentiva un languore dentro solo al pensiero di farne parte, quanti eretici da fare confessare!
“Buttatele dell’acqua!”
E subito un’altra secchiata d’acqua lurida colpì Maria, e questa riprese i sensi e l’abate di nuovo le si avvicinò al volto e con fare, quasi, dolce le disse: ”Dai confessa, starai meglio……”
Purtroppo, una delle qualità di Maria non era proprio la pazienza, ma non si può darle torto, ormai aveva capito che non sarebbe uscita viva da lì, quel pazzo non l’avrebbe lasciata vivere…
Allora sputò contro quella faccia biancastra d’asceta, sputò la sua vita, il suo odio, il suo dolore…
E urlò: ”Dio benedetto mio Signore concedimi di morire prima che questo misero uomo l’abbia vinta su di me!”
L’abate, si pulì il viso con una manica, e più incattivito di mai disse: ”Boia continua, voglio vedere per quanto tempo satana le darà forza!”
Ma il buon Dio a volte ascolta le preghiere, Maria svenne e questa volta non ci fu modo di riportarla in sé.
Intanto il piccolo gatto, si liberava delle corde, nella maniera che solo i gatti conoscono, e quatto, quatto si nascose nel buio.
Maria venne liberata e condotta in una cella, il gatto la seguì, nascondendosi agli occhi degli uomini, fu appoggiata con una inusuale delicatezza su un tavolaccio sporco di umori umani, e guardandola con dolcezza provarono pena per lei, sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo.
Intanto l’abate era furioso, non era così che doveva andare! Voleva che la sua vittima, incattivita dalle percosse si fosse messa istericamente ad urlare, a dire brutte parole, come gli era sempre capitato, no che la colpevole si fosse messa addirittura a pregare……. Ed era stata pure esaudita la sua preghiera!
Che Dio lo stesse abbandonando? Che tutti gli eretici da lui bruciati non avevano agli occhi del Signore nessun valore! Eppure lui aveva una grande fede in Dio, portava il cilicio, sulle sue spalle erano evidenti i segni delle percosse autoinflitte! La sua fede era enorme, quale prova voleva Dio da lui? Ad un tratto nella sua mente si fece largo una piccola parola, così piccola che lui non ci fece nemmeno caso.
Andò nella sua stanza, ma quella parola gli scavava nella mente, onde liberarsene strinse ancora di più il cilicio, non mangiò nulla, bevve solo un poco d’acqua, mentre il sangue gli scorreva dalle nuove ferite provocate dal cilicio.
Si inginocchiò, pregò come forse non aveva fatto mai, pensò a Maria, ai suoi occhi e alla sua preghiera disperata.
Intanto quella piccola parola continuava a corrodergli il cervello, prese la sua frusta e mentre pregava si fustigò a sangue le spalle.
Alla fine stremato, si abbandonò sul pavimento e si addormentò.
Sognò, sognò
Intanto la piccola Maria aveva riaperto gli occhi, un piccolo miao salutò il suo risveglio, e mille fusa vicino alle orecchie, la felicità fu forse più forte del dolore, prese il suo gattino e lo riempì di baci, benedendo il buon Dio che aveva permesso che il suo piccolo amico fosse lì con lei, sembrava non provare alcun dolore, si guardò le spalle ed erano risanate, in un angolo vide una luminosità, e lei timorosa chiese:”Chi c’è là?”
La luminosità si fece più forte, ed ella vide un giovane uomo luminoso che le disse: “Io sono stato mandato qui da Dio, la tua enorme fede ti ha salvata, domani sarai libera!”
Intanto l’abate si era destato, con in testa un gran fervore, lo attribuì alla febbre, poi quella parolina continuò a farsi strada nella sua coscienza, toccando i più remoti anditi resi crudeli da una fede forsennata, e ricordò la parolina: Pietà.
La pietà che discende dall’amore, e che lui aveva dimenticato, aveva dimenticato il motivo per cui aveva preso i voti, preso come era nella voglia di sconfiggere il maligno, ora la sua mente sembrava allargarsi e vedeva una gran luce e una voce:”la tua fede ti salverà, se avrai in mente l’amore di Dio”.
Chiamò gli altri abati, chiamò il Podestà e anche sua moglie e qui fece un discorso che forse venne capito da una sola persona:”L’invidia è un brutto peccato, come l’orgoglio, in questa stanza ci sono due persone che ne sono state vittima, alla luce dell’interrogatorio sulla presunta strega Maria, io dichiaro, con tutta l’Autorità di Santa Romana Chiesa che ella è innocente. E’ solo una creatura innocente, anzi chiedo a vostra eccellenza, affinché le diate la possibilità di maritare ed entrare così nel seno del vostro paese, e chiedo alla vittima dell’invidia che forse un domani si potrebbe trovare essa stessa nelle mani di un inquisitore ben più obiettivo di quale sono stato”.
“Liberate immediatamente la piccola Maria, e anche il suo gatto! Non è malvagità possederne uno!”
E così Maria tornò alla sua casa, con il suo gattino e poco tempo dopo un bravo giovane la incontrò per caso al mercato, e dopo qualche giorno la chiese in sposa.
Il Podestà la fornì di una buona dote.
Ma lei nel guardare il suo sposo, lo riconosce e giura che è lo stesso che la venne a trovare quella notte di dolore, ma non ne è così sicura, in compenso vede il suo gattino che fa le fusa ad entrambi e vede il suo pancino crescere, tra poco avranno un bel bimbo da amare!